Visualizzazione post con etichetta welfare state. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta welfare state. Mostra tutti i post

venerdì 13 settembre 2013

Il caso Norvegese, meno Stato e meno welfare


Colpisce l'immaginario collettivo un paese come la Norvegia.
I norvegesi si sono sempre rifiutati di entrare nell'UE, forti del petrolio che sempre di più viene estratto dalle loro acque e paurosi di dover sottostare a regole e quote, soprattutto alimentari (pesca del merluzzo in primis). I dati economici sono d'altronde molto chiari: assenza di inflazione (addirittura al di sotto dell'1%), disoccupazione anch'essa a livelli bassi (circa il 3%), il secondo PIL procapite al mondo così come, di pari passo, la qualità media della vita.

In questo contesto di ricchezza diffusa la popolazione chiede allo Stato di fare un ulteriore passo indietro, di impattare cioè il meno possibile sulla loro vita privata. Meno tasse, innanzitutto, ed un forte snellimento della burocrazia e della strutturazione pubblica. Uno Stato low cost insomma, che poco chiede ai cittadini e naturalmente anche poco concede.
Tralasciando infatti il sistema previdenziale, che non può essere messo in crisi in quanto la ricchezza diffusa permette al sistema di autogenerarsi, è l'impianto di welfare che viene messo in discussione.

Strano, perchè solamente nel 2009 il modello norvegese prevedeva una più forte presenza dello Stato nell'economia ed un forte potenziamento del welfare pubblico. Grazie a questi interventi, attualmente Oslo
 garantisce servizi sociali di qualità a bambini e anziani e sostanziosi contributi economici alle vedove, alle ragazze madri, ai disoccupati e anche alle famiglie in base al numero di bambini. Un modello invidiato in tutto l’Occidente.

Cosa succede dunque nel ricco paese scandinavo?
Uno dei dati di fatto incontrovertibili sulla Norvegia rimane l'alto costo della vita. Calcolando il "paniere" tanto caro all'ISTAT, quasi tutti i generi alimentari di prima necessità hanno un costo almeno doppio (in molti casi triplo) rispetto al nostro Paese. Considerato l'alto livello di tassazione e la pressochè nulla evasione fiscale, i Norvegesi hanno chiesto, attraverso le ultime votazioni, un drastico taglio delle tasse, ed in generale anche del costo della vita, probabilmente convinti di potersi permettere privatamente quei servizi sinora garantiti dallo Stato.

Nel quadro della crisi globale è una richiesta controcorrente in quanto gran parte delle teorie e degli economisti in auge auspicano un forte intervento dello Stato, e soprattutto un welfare sempre più presente, come antidoti per superare la crisi.

La domanda a questo punto è: il cambiamento in atto ad Oslo manterrà o addirittura incrementerà la ricchezza diffusa della Norvegia, oppure a lungo termine presenterà un amaro conto ai cittadini? 

sabato 13 aprile 2013

La riforma del welfare in Gran Bretagna



E alla fine il paese che ha coniato ed inventato il termine welfare è anche il primo, nella nostra Europa, a farne una riforma drastica.
Dimentichiamoci dunque le varie terminologie utilizzate e studiate in questi anni e derivate dalle politiche sociali di Londra, su tutte welfare state e welfare mix. L'esecutivo di Cameron ha dato avvio ad una serie di cambiamenti che modificano in maniera strutturale l'approccio verso i servizi sociali, con mutamenti che interessano una grande fetta della popolazione.

Il simbolo di questa riforma è la bedroom tax, cioè la riduzione del contributo a favore delle famiglie più bisognose cui è stata concessa una abitazione con una stanza in più rispetto alle loro reali esigenze.
Inoltre, la possibilità di accedere all'assistenza legale gratuita viene drasticamente tagliata, riservandola
solamente a casi di estremo bisogno.
Tutte le agevolazioni fiscali e le esenzioni per le tasse comunali vengono ricalcolate e si stringono le maglie per l'accesso al servizio sanitario nazionale (Nhs).

Il Ministro del Lavoro Duncan Smith ha così motivato i capisaldi della riforma, cercando di contenere le aspre critiche degli inglesi: «Siamo nel putiferio economico. Abbiamo ereditato un problema: semplicemente non abbiamo i soldi da spendere per quelle cose su cui la gente vorrebbe che li spendessimo. Quello che sto tentando di fare è di non spendere quello che abbiamo su cose ingiuste»

lunedì 31 dicembre 2012

Il migliore dei mondi possibili?




Colpisce l'articolo di Gianpiero Dalla Zuana pubblicato domenica scorsa 30 dicembre  a pagina 5 dell'inserto Le lettura del Corriere della Sera, intitolato Fate largo alle badanti, se siete liberali. In sintesi, nel riprendere alcuni saggi usciti recentemente riguardanti la necessità di riformare il nostro welfare, Dalla Zuana sottolinea la proposta dei neo-liberisti del welfare, che si basa su tre pilastri:

  1. creare per tutti pari opportunità
  2. sollecitare le energie originarie della società secondo una logica liberale ed anticorporativa
  3. adottare un atteggiamento pragmatico, mettendo in soffitta le ideologie senza però dimenticare i valori base del welfare: uguglianza delle opportunità
Come solito, l'esempio più in voga è quello delle badanti. Questa figura in italia è prevalentemente svolta da donne immigrate, e giustamente Dalla Zuana sostiene che intervenire con un approccio anche legislativo in questo contesto contribuirebbe a migliorare la professionalità delle assistenti familiari e contemporaneamente anche quella degli anziani assistiti.

Per chi legge questo blog con periodicità, sa che questa necessità da tempo viene evidenziata. Ciò che in realtà lascia perplessi è una non secondaria affermazione secondo la quale le assistenti familiari non devono essere viste come un male minore rispetto al migliore dei mondi possibili, che l'autore individua come un idealistico mondo del welfare popolato da nostalgici che credono nell'utopia delle assistenti domiciliari stipendiate dai Comuni, dalle Case di Riposo pubbliche etc..

Qui forse si deve fare chiarezza. Non sempre, di fronte alla nascita di un nuovo modello di società, si deve intervenire piegandosi alle situazioni contingenti. Che piaccia o no, la garanzia del Pubblico (in questo caso, i Comuni) rappresenta ancora oggi la garanzia nei confronti dei cittadini circa la professionalità e l'imparzialità dei servizi.
Disegnare una società nella quale il servizio sociale è per la maggior parte demandato al privato non è modernità, ma ignoranza di ciò che è stato il welfare (e di cosa deve essere).
In molte Regioni si stanno aprendo (con in placet delle PA) dei Nidi condominiali o domiciliari, che spesso vengono finanziati dalle Regioni stesse. Questi interventi sono del tutto marginali rispetto alla necessità di convogliare le risorse per garantire ai nidi comunali di potersi ampliare o perlomeno mantenere le tariffe senza ulteriori aggravi.
Per quanto possano essere efficaci dei corsi professionalizzanti, il controllo diretto del Pubblico permette di fornire alla collettività delle garanzie precise: laurea degli educatori o esperienza pluriennale, supervisioni con psicologi e pedagogisti, coordinamenti degli operatori).
Questo vale in tutte le aree, dall'infanzia agli anziani. Pensare che una Casa di Riposo comunale sia una idea obsoleta, rischia di far abdicare l'opinione pubblica verso l'idea che non possa più esistere un mondo in cui i Comuni mantengono il controllo e sono essi stessi titolari dei servizi.

Se ci fossero fondi a disposizione, attivare un servizio di assistenza familiare (badante) gestito direttamente dal Comune sarebbe il massimo intervento possibile come tutela del lavoratore e dell'anziano. Si garantirebbe all'utente una assistenza completa (sostituzioni incluse), massima professionalità dell'assistente ed una tariffa adeguata alle fasce di reddito.

Visto che in poco meno di un mese il Corriere della Sera ha avanzato ben due articoli di plauso al neo-welfare liberale, è importante mettere dei paletti.

Per completezza di informazione, i tre testi citati nell'articolo sono

Alle radici del welfare all'italiana di Maurizio Ferrera, Valeria Fargion e Matteo Jessoula - ediz. Marsilio
Sono soldi ben spesi? di Alberto Martini ed Ugo Trivellato - ediz. Marsilio
Famiglie sole di Daniela del Boca e Alessandro Rosina - ediz. Il Mulino

martedì 11 dicembre 2012

Dai contributi per disagio sociale all'Osservatorio delle povertà.

Se non ammettessimo che la situazione dei Servizi Sociali in Italia è drammatica, faremo un torto al forte bisogno di realtà di cui questo settore ha bisogno.
Non mi riferisco solamente al taglio, o meglio all’azzeramento, del Fondo Unico Nazionale per le Politiche Sociali. Questo, naturalmente, è il primo motivo di profonda crisi nella risposta alle esigenze dei cittadini. In questo momento invece è necessario focalizzare l’attenzione su una particolare area dei servizi sociali: l’erogazione dei contributi.

L’erogazione di un contributo, a persona fisica o persona giuridica, ma questo lo approfondiremo più avanti, è un’arma a disposizione del Servizio Sociale per contrastare quelle situazioni di particolare disagio. Di Regione in Regione cambiano le tipologie di intervento, resta comunque un quadro abbastanza omogeneo per il quale fondi specifici vengono messi a disposizione dei Comuni per intervenire su situazioni di particolare gravità.
Qui si apre un profondo dibattito sulle modalità operative. Negli ultimi anni si è intervenuto, stante la continua crescita di nuclei familiari in forte difficoltà economica e sociale, pubblicando degli specifici bandi, aperti a tutta la cittadinanza, il cui criterio di valutazione per l’elargizione del contributo era la situazione reddituale (ISEE per chi lo applica, somma dei redditi familiari negli altri casi). I fautori di questa tipologia di intervento motivano il loro plauso sostenendo che il sistema garantisce una profonda equità di distribuzione, evita alla Pubblica Amministrazione di essere tacciata di imparzialità e permette di erogare una somma eguale a tutti i soggetti posti in posizione utile nella graduatoria.
Sull’efficacia del metodo non si può disquisire più di tanto. Certamente, si garantisce l’imparzialità degli uffici e, se si unisce ad una graduatoria impostata sul criterio reddituale qualche altra variante (ad esempio i figli minori a carico del nucleo familiare), è possibile mirare l’intervento con maggiore focus sulle famiglie problematiche.

Nella premessa si è pero detto che il vento è cambiato. Analizziamo le motivazioni.

In primo luogo, la situazione reddituale di un soggetto o di una famiglia può essere calcolata esclusivamente con riferimento alla precedente dichiarazione dei redditi. Ecco dunque che ad un reddito medio certificato nell’anno precedente, può corrispondere una situazione attuale di forte disagio (ad es. perdita del lavoro di entrambi i genitori). E viceversa, naturalmente.

L’erogazione di una somma in denaro predefinita può rappresentare, in molti casi, avulsa dalle reali necessità del nucleo familiare. Una famiglia con tre figli minori frequentanti le scuole e con un solo genitore lavoratore (di reddito basso) può giovarsi di un emolumento una tantum, ad esempio per il pagamento di alcune bollette. Nel caso di soggetti che hanno perso il lavoro o sono cassaintegrati, il debito da loro accumulato negli anni non si risolve attraverso una somma erogata dai Servizi Sociali attraverso la compilazione di un modello. In quel caso sarà necessaria una analisi approfondita dell’Assistente Sociale, per comprendere in modo puntuale dove e come intervenire.

Non è poi possibile indirizzare un contributo su obiettivi che possono migliorare (nel lungo periodo) lo status sociale del soggetto. Ad esempio: si riceve una domanda di accesso al contributo da un soggetto posto in mobilità da diverso periodo. Il soggetto è conosciuto da diverso tempo dai servizi, in quanto è interessato ai vari contributi che vengono erogati ai sensi di legge. L’Assistente Sociale è a conoscenza di un corso di riqualificazione (a pagamento) che prevede l’accesso a soggetti in mobilità, con la possibilità di buona spendibilità nel mondo del lavoro. Se gestito attraverso il bando, si erogherà al soggetto stesso una somma (ad esempio € 800,00) senza curarsi di come verrà utilizzata. Se invece sarà l’Assistente Sociale con propria relazione a gestire la situazione, finalizzerà il contributo esclusivamente all’iscrizione al corso.

Introduciamo ora la questione relativa al Terzo Settore ed alla necessità di sinergia con la Pubblica Amministrazione.
In questa crisi devastante, sappiamo bene che le fasce più deboli della popolazione hanno visto crollare la propria situazione economica ed aggravare pertanto il loro disagio. Le Associazioni di volontariato stanno svolgendo un ruolo fondamentale, in quanto sono in prima linea nell’intervenire in nuclei familiari disagiati attraverso il vestiario, il pacco alimentare ma anche con contributi economici.
Pensare pertanto di erogare ulteriori somme senza aver contattato le associazioni presenti nel territorio, rappresenta uno squilibrio nella gestione dei pochi fondi che la Pubblica Amministrazione ha a disposizione. Spesso i volontari operanti in queste forme associative conoscono i soggetti con maggiore particolarità rispetto alle Assistenti Sociali.

E’ dunque di fondamentale importanza pensare all’istituzione, in ogni territorio, di un Osservatorio delle povertà. La Caritas ha una forte storia in questo contesto, ma reputo fondamentale che l’Osservatorio sia coordinato dalla componente pubblica, in questo caso dal Comune. Le motivazioni sono facilmente riscontrabili: massima collaborazione con tutte le associazioni presenti nel territorio e messa a disposizione di personale qualificato, che solitamente solo i Comuni hanno.

Concludo con un ragionamento che può apparire filosofico. Gli enti di volontariato assistono, per la maggior parte, famiglie di immigrati la cui condizione è ai limiti della dignità umana. Sino a qualche anno fa, la richiesta di aiuto era un appiglio iniziale per poi stabilizzarsi sia da un punto di vista economico sia sociale nel nostro Paese. Ora anche coloro i quali avevano ottenuto una condizione di vita sufficiente stanno ritornando al guado (profondo) iniziale. Nella povertà, si sa, si fa di necessità virtù, quindi con un contributo minimo queste famiglie (allargate) riescono a “galleggiare” anche per qualche mese, privandosi di ogni bene, anche di prima necessità.
Continuando ad erogare soldi (anche pochi) a pioggia senza un obiettivo preciso, rischiamo di alimentare un sogno che, tristemente, è ormai svanito per sempre. Si è dissolta l’idea di un paese che ha le risorse per accogliere tutti, e non dobbiamo dare illusioni: il supporto dei Servizi Sociali non può essere l’unica fonte di sostentamento.

O meglio, può esserlo, ma non in uno Stato in cui le poche risorse destinate al welfare vengono inesorabilmente tagliate.

domenica 2 settembre 2012

Servizi sociali ed alla persona: occasione occupazionale



il commento   

Sul Corriere della Sera di ieri, Sabato 1 Settembre, (http://www.selpress.com/cdr/esr_visualizza.asp?chkIm=80) Maurizio Ferrera ha scritto un articolo richiamando l'attenzione sulla necessità di pensare al welfare come strumento di occupazione e di crescita e non come spesa pubblica da controllare e, laddove possibile, da tagliare.

Ferrera dice che "serviranno medici, infermieri, insegnanti, tecnici, informatici, ingegnieri "dei servizi", esperti di gestione (ed anche qualche creativo)", evidenziando poi che Francia e Regno Unito, guarda caso, hanno già deciso di puntare su questo settore quale possibile volano per la crescita.

Da giorni i quotidiani riempiono le pagine di dichiarazioni sulla necessità di modificare il nostro welfare, finalmente iniziando un dibattito sulla parte di politica sociale che sembra sempre confusa all'interno dell'abusato termine inglese: i servizi sociali.

Ricercare un dato preciso delle persone occupate nei servizi sociali ed alla persona in Italia è impresa ardua. Sono riuscito a ritrovare un dato recente del Giugno scorso della Confcooperative la quale dichiara che, nel settore sanitario e nei servizi alle persone ad alle famiglie, circa 230.000 sarebbero gli operatori occupati, naturalmente nel Terzo Settore. Nell'ultimo anno sarebbero circa 7.000.000 gli italiani che sono venuti a contatto con questi operatori.
Ritengo il dato parziale e sottostimato, perchè alle figure occupate nelle Cooperative Sociali vanno aggiunte tutte le badanti ed anche gli operatori che operano sotto l'egida della Pubblica Amministrazione (stanno aumentando, vista la nascita dei Consorzi di Servizi Sociali).

A questo mare magnum di occupati bisogna dare una risposta certa sia sull'assetto dei servizi, sia sulla stabilità occupazionale.
E' vero che grande attenzione si pone sulla necessità di una nuova legislazione, ma il taglio dei trasferimenti ai Comuni rende difficoltoso, se non impossibile in alcuni casi, garantire al cittadino la prosecuzione dei servizi tutt'ora in essere, lasciando perdere la nascita o la sperimentazione di nuovi, che sembra essere utopico in questa situazione.
Tagliare un servizio non vuol solo dire causare un grave danno al cittadino, soprattutto se questi ne ha usufruito per molti anni, ma comporta una perdita di posti di lavoro causando una crisi occupazionale preoccupante.

A ciò va aggiunta la necessità, che gli operatori chiedono da anni, di definire i LEA.
La discrezionalità dei territori nella proposizione dei servizi è un deficit che deve essere colmato, e gli Enti Locali devono essere guidati nelle scelte (drastiche in questo periodo) da intraprendere. Non è tollerabile che a distanza di pochi chilometri si offrano ai cittadini servizi diversi, con tariffazione diversificata e con accesso personalizzato da ogni amministrazione.
In questo contesto è fondamentale rafforzare la figura degli Ambiti territoriali, quale garanzia di omogeneità sia per i cittadini sia per gli operatori.

Sulla stabilità occupazionale. L'operato delle Cooperative Sociali è fondamentale nella crescita del settore. La Cooperazione è partner della componente pubblica ma opera, naturalmente, in una ottica di investitore privato. Per tutelare gli operatori è necessario definire il ruolo del Terzo Settore, magari integrando l'ottima Legge 328/2000 che è stata volano di crescita per i servizi al cittadino.

Personalmente, reputo che la Cooperazione Sociale sia una importante realtà ed abbia rappresentato sino ad oggi un elemento indispensabile per lo sviluppo del settore, e soprattutto sono favorevole ad un assetto ancora più professionale di questa componente del Terzo Settore.
Quando si parla di nuove figure professionali, concordo con la necessità di occupare in questo settore soggetti che non siano esclusivamente legati alla dimensione assistenziale (assistenti, educatori, psicologi, riabilitatori psichiatrici, coordinatori dei servizi) ma anche progettisti, esperti di marketing, creativi, grafici. Non possiamo continuare ad operare nell'ottica assistenziale senza pensare ad un approccio più moderno e professionale anche nella presentazione e nella progettazione dei servizi.

Per fare questo però è necessario che le figure fondamentali che sino ad oggi hanno garantito la possibilità di svolgere i servizi, quelle sopra descritte (riabilitatori, assistenti, educatori etc..) possano operare con maggiori garanzie sul proprio futuro.
Per rendere possibile ciò l'unica strada è pensare ai servizi sociali ed alla persona come la vera strategia economica per il futuro, ed iniziare a premiare gli operatori investendo anche su una maggiore gratificazione economica di tutte le persone che, a diverso titolo, lavorano nel comparto. 

giovedì 9 agosto 2012

Dalla mutua della COOP al secondo welfare


La notizia, riportata da molti quotidiani, che la COOP offrirà ai propri soci la possibilità di usufruire di una mutua alternativa porta con se riflessioni e domande. Stiamo parlando, finalmente, della nascita di un secondo welfare oppure ci stiamo pericolosamente avvicinando al fai-da-te di statunitense memoria?

La verità, come sempre, sta nel mezzo.
Il termine secondo welfare è di gran moda in questo momento. In realtà non è che un nuovo idioma per definire ciò che questo blog sta riportando da più di un anno: il passaggio da un modello sociale nel quale non solo è lo Stato a dettare le regole, ma in cui il Terzo Settore è un mero esecutore, ad un altro modello (ci si consentirà: molto nord europeo, almeno in attesa delle riforme di Hollande) nel quale il Terzo Settore si stacca dalla dimensione di appendice del pubblico per divenire centro propulsivo e propositivo.
Ma, attenzione. La proposta della COOP non nasce in un periodo di splendore della nostra economia e soprattutto dello stato sociale, ma è figlia della crisi (irreversibile?) del welfare state come noi lo conoscevamo.

E' pertanto una proposta cui deve andare il nostro plauso perchè risponde ad un problema della classe sociale più in difficoltà del paese  (anziani, inoccupati e disoccupati) e può rappresentare un buon modello di partenza perchè la base di soci della COOP (oltre i 7 milioni nel nostro paese) rappresenta un punto di forza non indifferente. L'idea però è nata quasi come esigenza di intervenire in un grave vuoto lasciato dal pubblico:  la riforma del lavoro, gli esodati, il crollo della produzione industriale, il nuovo record dello ore di cassa integrazione stanno creando una nuova classe di poveri, e la possibilità di usufruire di una mutua del cittadino integrativa del Servizio Sanitario Nazionale capace di offrire prodotti sanitari e servizi a prezzi calmierati viene incontro ad una drammatica situazione sociale.
Quale differenza c'è, in fondo, tra quello che propone la COOP ed una assicurazione sanitaria? Il prezzo più basso, una presenza importante nel territorio (la rete COOP soprattutto nel Centro Italia è capillare) ed una platea ampia. Ma, come negli Stati Uniti per quanto riguarda le assicurazioni proposte dai datori di lavoro e che vengono pagate direttamente in busta paga, è un sistema nato per una carenza del pubblico.

In molti si stanno innamorando dell'idioma secondo welfare. Questo blog da sempre auspica un diverso ruolo del Terzo Settore ed in questa nuova idea di stato sociale si pone grande attenzione a cosa possono fare le fondazioni, la cooperazione sociale, le parti sociali ed i governi locali. Ma il vero secondo welfare dovrebbe consistere nella nascita di servizi complementari all'intervento pubblico.
Una cooperativa sociale che fa un accordo con un datore di lavoro per la creazione di un Nido di Infanzia all'interno della sede di lavoro (con tutte le caratteristiche previste dalla legge per i nidi pubblici, naturalmente.). L'esperienza del voucher per l'accesso ai servizi (maggiore concorrenza in un quadro comunque di inalterato livello qualitativo). Il rafforzamento dei servizi di conciliazione.
I piccoli esempi riportati sono esplicativi della forza che il nuovo welfare può avere se, e solo se, si crea un connubio tra la componente pubblica ed il privato, che deve assumere sempre maggiore autonomia in un quadro di crescita armonica, e non di esigenze dovute alla situazione economica.

La proposta della COOP è da accogliere con positività, perchè si dimostra sensibile nei confronti della drammaticità della situazione esistente, ma si deve avviare un ragionamento con la componente pubblica, altrimenti questi bei progetti rimangono isolati o lasciati alla sensibilità di chi li propone.

A confermare questa teoria, la COOP ha anche comunicato l'intenzione di avviare un servizio postale da attivare nei paesi di montagna che hanno subito il taglio degli uffici di Poste Italiane. Non si tratta anche questo di un intervento necessario per coprire una mancanza pubblica?

Qui l'articolo del Corriere della Sera sulla proposta COOP: http://www.corriere.it/cronache/12_agosto_07/coop-mutua-welfare-integrativo_9905ccb0-e052-11e1-8d28-fa97424fa7f2.shtml